The Cleaner- dentro l’arte e (la vita) di Marina Abramovic

Forte, ribelle, appassionata, impegnata, provocatrice, geniale, vera, toccante, profonda, irraggiungibile, controversa.  Si potrebbero riempire pagine su pagine di aggettivi che descrivono Marina Abramovic e la sua arte, da cinquant’anni protagonista indiscussa del panorama culturale mondiale.

Assoluta e inimitabile rivoluzionaria della performing art, l’artista serba ha sempre occupato la scena con la forza e l’esuberanza di chi lascia intendere che ha sempre tanto, tanto altro da dire ancora.

Perfino quando sta in silenzio, com’era nell’indimenticabile The Artist is Present, con la quale ha emozionato le migliaia di persone che hanno potuto guardarla negli occhi per quell’intensissima manciata di secondi che la performance prevedeva. E ne ha emozionate milioni anche a distanza con il video dell’incrocio di sguardi a sorpresa (o forse no, ma a chi importa? Guardate qui) dopo una separazione durata decenni con il suo storico compagno di vita e di arte Ulay, con il quale ha condiviso alcuni tra i momenti più intensi della sua lunga carriera.

Abramovic è un mito vivente. La sua è una di quelle rare esistenze che si osservano quasi con timore e con un senso di irrealtà, perché si fatica a immaginarle così straordinarie.

Forse basterebbe proprio guardarla negli occhi per intuirlo, ma per chi non dovesse riuscirci – le sue esibizioni sono sold-out nel giro di pochi minuti – la retrospettiva ospitata a Palazzo Strozzi, Firenze fino al 20 gennaio 2019 è un buon modo per entrare in contatto con il mondo di Marina.

The Cleaner, questo è il titolo, dell’esposizione raccoglie oltre cento opere tra dipinti, video, installazioni e performance che ripercorrono cinquant’anni di vita artistica attraverso le tappe e i lavori più significativi. A mettere in scena le performance selezionate, artisti scelti apposta per l’evento. Un’occasione da non mancare.

Tra i moltissimi primati collezionati da Marina, anche quello di essere, in questo caso, la prima artista donna cui Palazzo Strozzi dedica una retrospettiva.

A pensarci bene, forse è proprio questa la parola che incarna al meglio la sua incredibile personalità. Donna.

 

 

 

Smart Cities. Se anche alle città serve l’intelligenza emotiva.

Smart Cities. Se ne parlerà il prossimo 17 ottobre a Firenze ad Icity Lab, la più rilevante manifestazione nazionale dedicata alle Smart cities, organizzata da Forum PA. Appuntamento atteso anche per conoscere tutti i risultati del Rapporto “ICity Rate 2018” che, analizzando oltre cento parametri, traccia il rating delle città più smart d’Italia. Tra gli indicatori presi in considerazione in questa edizione, anche attivazione e utilizzo dei social network da parte delle amministrazioni locali.

Viene da chiedersi se pagine Facebook e profili Instagram siano davvero rilevanti ai fini della valutazione del grado di intelligenza delle nostre città. La risposta si trova proprio nell’evoluzione che negli ultimi anni ha riguardato il concetto, di per sé già molto complesso, di smart cities, transitato progressivamente verso una visione ancora più ampia e ambiziosa.

Se infatti i primi entusiasmanti progetti in questo ambito riguardavano per lo più smart parking, semafori temporizzati, illuminazione pubblica a risparmio energetico e cassonetti intelligenti, oggi, dopo un lungo percorso di sperimentazioni anche molto riuscite, anche in questo settore si è compreso che l’elemento centrale non è la tecnologia, ma le persone.

Dalla sensoristica e più in generale del device digitale si è acquisito l’approccio human centred: dalla disseminazione di dispositivi intelligenti nell’arredo urbano si è cominciato a guardare alla tecnologia utilizzata per la soddisfazione dei bisogni delle persone.

Insomma dalle smart cities siamo passati alle smart communities, un concetto più ampio che include – senza negarle – le strategie più tradizionali per le smart cities, spostando però con convinzione l’accento sulle necessità umane delle persone.

D’altronde chi di noi, abitanti di città medio-grandi, non si è almeno una volta lamentato della spersonalizzazione che la dimensioni urbana porta con sé? Chi non si è mai sentito in difficoltà a capire come coinvolgere gli abitanti del vicinato, per esempio, a favore di una piccola o grande battaglia per migliorare qualcosa nel proprio quartiere?

Ben venga allora l’automazione intelligente e a favore della sostenibilità, purché non si perda di vista che il fine ultimo, per rendere davvero migliore la vita dei cittadini, è il recupero della dimensione di socialità e solidarietà tra le persone. All’interno della quale pensare e strutturare servizi.

Lo dimostrano app come Social Street o Nextdoor, o i più artigianali gruppi su WhatsApp, che hanno proprio lo scopo di mettere in contatto le persone. In altri termini, di segnare il passo dalla smart city alla smart communities, dall’indubbio vantaggio di trovare strategie per trascorrere meno tempo in mezzo al traffico, alla possibilità di sentirsi parte attiva di una comunità intelligente, anche emotivamente.

 

 

Parco a tema: divertimento… senza fila!

Inutile negarlo, è capitato a tutti. Programmare la gita in un parco a tema come regalo o premio per i nostri figli o nipotini, quasi come un piccolo sacrificio familiare, e poi trovarci… a spassarcela più di loro!

Pensati per entusiasmare bambini e ragazzi, queste vere e proprie centrali del divertimento non mancano infatti di regalare giornate da ricordare anche agli adulti.

Qualche esempio? Vediamone quattro, tutti diversi e tutti italiani, da non perdere. Leolandia è di sicuro il parco a tema più adatto ai piccini, mentre le attrazioni al cardiopalma di Gardaland sono il massimo per bambini più grandi. Il suggestivo spettacolo del cinema travolge gli avventori di Cinecittà World, e infine l’Acquario di Genova schiude alla vista dei suoi visitatori le meraviglie del mondo marino.

Tutti conosciutissimi e super-apprezzati, al punto che le famiglie sono disposte a tollerare lunghe code per provare questa o quella attrazione del parco. E se non fosse necessario? Proprio così, anche nei parchi a tema, saltare la fila oggi si può. Basta visitare la sezione dedicata sull’app uFirst e acquisire biglietti e pass con priorità all’ingresso del parco e per le singole attrazioni.

Qui potete scegliere il vostro parco di destinazione, selezionare la data e il numero di ingressi da acquistare, inserire la modalità di pagamento et voilà… pensarvi già sulle montagne russe a guardare dall’altro la coda interminabile che avete evitato!

In una giornata vi sarà possibile fare molte più tappe di quanto potreste fare dovendo includere nella permanenza le ore passate a stancarvi in fila.

Tutto con un sovrapprezzo minimo, ancora più ridotto se inserirete nella sezione Impostazioni dell’app il codice promo U1PARCHI, del valore di 3 euro, valido fino al 31 dicembre 2018.

E allora che aspettate? Prima che arrivi l’inverno, mano al calendario e… andate a divertirvi, con o senza bambini!

 

 

Intelligenza Artificiale. Che succede se i robot pensano come noi?

L’Intelligenza Artificiale e il suo prossimo futuro sono oggi tra gli interrogativi più aperti della contemporaneità.

Se lo chiedono gli scienziati, ma anche i filosofi e i sociologi. Se ne (pre)occupano sempre di più la politica e l’economia.

Quando si legge o si sente dire A.I. a gran parte di noi viene in mente un film o qualcosa che ha a che fare con robot dalle sembianze umane. Ma è molto di più e, soprattutto, è molto più vicina. È Siri sul nostro iPhone, o la nostra lavatrice che riconosce e distingue i tessuti da lavare. È Google Home o tutti i dispositivi che ci consentono di controllare la nostra casa, a distanza e non.

Descritta così, questa nuvola di algoritmi che si trasforma istantaneamente in decisioni e azioni sembra tutt’altro che minacciosa. Ma non tutti la pensano in questo modo.

E infatti, se pure la scienza assicura che al momento il divario tra prestazioni umane e robotiche è ancora considerevole, alcuni studi sui livelli di coscienza degli uomini sembrano rappresentare la via maestra verso la riduzione al minimo di questo gap.

C0, C1 e C2. Sono questi i tre gradini individuati da alcuni studi scientifici per descrivere il livello di consapevolezza della persona. Il primo corrisponde alle operazioni inconsce che avvengono nel cervello umano, come il riconoscimento del volto e del parlato. Si tratta in pratica del livello dei calcoli inconsapevoli, cui ad oggi sono in grado di attestarsi anche le macchine. Il livello C1 è invece uno stadio evolutivo ulteriore e riguarda la capacità di decidere dopo aver “consultato” il nostro repository di concetti ed elaborato un certo numero di possibilità. Qui si collocano pensieri e comportamenti di neonati e animali.

C2, infine, comprende la meta-cognizione, ossia la facoltà di essere auto-consapevoli. Qui si collocano le sensazioni soggettive di certezza o di errore che orientano l’azione e stimolano la conoscenza in assenza di informazioni. Può essere questo il punto di arrivo del percorso verso i robot coscienti, attualmente sprovvisti proprio dell’autoconsapevolezza che contraddistingue l’essere umano?

Come dicevamo, qualcuno lo trova esaltante. A qualcun altro fa venire i brividi. In economia, il rischio più importante si intravede nella sostituzione del lavoro dell’uomo con quello delle macchine. Ma ci sono anche questioni etiche, che hanno a che fare con la prospettiva di un possibile predominio, proprio come in un racconto di fantascienza, di metodi computazionali, Big Data, automi intelligenti e profilazioni estreme sulle libertà di ognuno di noi.

A sostenere questo genere di minaccia ci sono state personalità del calibro dell’astrofisico Stephen Hawking o del CEO di Tesla Elon Musk, tra coloro che hanno visto nell’A.I. la più grande e rischiosa sfida mai affrontata dalla società contemporanea. A metà tra la possibilità di salvare il mondo e il pericolo di distruggerlo. Come andrà, per ora, è tutto da capire.





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