Smart Cities. Se anche alle città serve l’intelligenza emotiva.

Smart Cities. Se ne parlerà il prossimo 17 ottobre a Firenze ad Icity Lab, la più rilevante manifestazione nazionale dedicata alle Smart cities, organizzata da Forum PA. Appuntamento atteso anche per conoscere tutti i risultati del Rapporto “ICity Rate 2018” che, analizzando oltre cento parametri, traccia il rating delle città più smart d’Italia. Tra gli indicatori presi in considerazione in questa edizione, anche attivazione e utilizzo dei social network da parte delle amministrazioni locali.

Viene da chiedersi se pagine Facebook e profili Instagram siano davvero rilevanti ai fini della valutazione del grado di intelligenza delle nostre città. La risposta si trova proprio nell’evoluzione che negli ultimi anni ha riguardato il concetto, di per sé già molto complesso, di smart cities, transitato progressivamente verso una visione ancora più ampia e ambiziosa.

Se infatti i primi entusiasmanti progetti in questo ambito riguardavano per lo più smart parking, semafori temporizzati, illuminazione pubblica a risparmio energetico e cassonetti intelligenti, oggi, dopo un lungo percorso di sperimentazioni anche molto riuscite, anche in questo settore si è compreso che l’elemento centrale non è la tecnologia, ma le persone.

Dalla sensoristica e più in generale del device digitale si è acquisito l’approccio human centred: dalla disseminazione di dispositivi intelligenti nell’arredo urbano si è cominciato a guardare alla tecnologia utilizzata per la soddisfazione dei bisogni delle persone.

Insomma dalle smart cities siamo passati alle smart communities, un concetto più ampio che include – senza negarle – le strategie più tradizionali per le smart cities, spostando però con convinzione l’accento sulle necessità umane delle persone.

D’altronde chi di noi, abitanti di città medio-grandi, non si è almeno una volta lamentato della spersonalizzazione che la dimensioni urbana porta con sé? Chi non si è mai sentito in difficoltà a capire come coinvolgere gli abitanti del vicinato, per esempio, a favore di una piccola o grande battaglia per migliorare qualcosa nel proprio quartiere?

Ben venga allora l’automazione intelligente e a favore della sostenibilità, purché non si perda di vista che il fine ultimo, per rendere davvero migliore la vita dei cittadini, è il recupero della dimensione di socialità e solidarietà tra le persone. All’interno della quale pensare e strutturare servizi.

Lo dimostrano app come Social Street o Nextdoor, o i più artigianali gruppi su WhatsApp, che hanno proprio lo scopo di mettere in contatto le persone. In altri termini, di segnare il passo dalla smart city alla smart communities, dall’indubbio vantaggio di trovare strategie per trascorrere meno tempo in mezzo al traffico, alla possibilità di sentirsi parte attiva di una comunità intelligente, anche emotivamente.

 

 

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